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Anche l’Italia è ormai una paziente a rischio, come il resto d’Europa. I numeri della pandemia crescono in maniera esponenziale e ogni pomeriggio, dopo le 17, i riflettori sono puntati sui dati che vengono trasmessi quotidianamente dai media. In realtà, questi numeri ci restituiscono solo una fotografia sfocata e frammentaria di quella che è oggi la situazione reale nel nostro Paese, e rischiano addirittura di essere fuorvianti

secondo l’epidemiologo Edgardo Valerio, medico igienista che per tanti anni ha guidato la UOC Sanità Pubblica e il Dipartimento di Prevenzione della ASL Milano 1 ed è oggi impegnato nel Movimento culturale per la difesa e il miglioramento del SSN.

Dottor Valerio, lei sostiene che i dati trasmessi ogni giorno dai media debbano essere presi con molta cautela. Può spiegarci perché?

Il problema riguarda la stessa qualità del dato epidemiologico che viene diffuso quotidianamente alla popolazione. Questo tipo di dato rischia di essere fuorviante perché allarma le persone senza riuscire a delineare la situazione reale in questo periodo cruciale. Il problema principale è che ogni numero non viene correlato alla popolazione di riferimento e non viene così contestualizzato. Vede, si tratta di una questione di primaria importanza: io credo che la chiarezza dell'informazione sullo stato della pandemia sia fondamentale affinché le persone adottino comportamenti responsabili. Più la fotografia è nitida e più sarà chiara ai cittadini la necessità di seguire le indicazioni di prevenzione, anche se il discorso sulla prevenzione merita un capitolo a parte. 

foto miaQuali sono i limiti dei numeri diffusi quotidianamente?

“Innanzitutto rimango perplesso di fronte a questa modalità di comunicazione dei numeri su base quotidiana. La variabilità giornaliera è infatti troppo alta, per diverse ragioni. Si tratta di dati aggregati, diffusi dal Ministero della Salute e raccolti/gestiti dal Dipartimento della Protezione Civile sul territorio nazionale che riportano il totale di casi positivi, di tamponi, di ricoveri ospedalieri, di terapie intensive, di decessi. Ed è sotto gli occhi di tutti il fatto che in base a questa modalità di raccolta e comunicazione dei dati, il totale dei soggetti positivi sia strettamente legato a quello dei tamponi processati. In genere le cifre più basse si registrano il lunedì, quelle più alte si registrano a metà settimana, in un’escalation allarmante per la popolazione che persiste da 11 settimane a questa parte.

Qual è il livello di approssimazione che ci forniscono questi dati?

Vorrei partire da alcune regioni, come la Lombardia, che comunicano il totale dei casi positivi e la percentuale rispetto al numero di tamponi notificati: ma attenzione, perché in questo modo si mettono a confronto dati tra loro non omogenei, visto che il totale dei tamponi notificati comprende anche i tamponi di controllo e dunque questo dato non è assimilabile a “primi tamponi-nuovi casi”. Un esempio? Oggi, lunedì 19 ottobre, in Lombardia si contano 1.687 nuovi casi (ieri erano 2.975), a fronte di un numero basso di tamponi (14.577, ieri erano 30.981), per una percentuale dell'11,5% (ieri 9,6%) dichiarata dalla Regione. In questo rapporto, il numeratore (casi positivi) si riferisce solo ai nuovi soggetti positivi, mentre il denominatore (tamponi effettuati) riguarda non solo i "primi tamponi" ma anche i tamponi di controllo. La percentuale riportata dalla regione (11,5%) è dunque inevitabilmente più bassa di quella che sarebbe invece corretto indicare.

E nelle altre regioni? Esistono criteri omogenei tra le diverse aree del Paese?

Purtroppo, uno dei problemi è proprio la mancanza di omogeneità tra diverse regioni, e credo invece che debbano esistere dei criteri uniformi per la raccolta dei dati. Le faccio un esempio: anche usando il dato relativo ai casi testati per la prima volta, la variabilità resta molto elevata poiché questo totale è legato a diverse tipologie di soggetti a cui è stato fatto il campione. Mi spiego meglio: il test può essere stato effettuato durante le attività di screening (ad esempio nelle RSA), oppure su persone con sintomi, oppure somministrato ai contatti stretti di positivi (contact tracing) e così via. Ognuna di queste categorie ha una probabilità di positività propria e il mix tra queste categorie non è costante tra le regioni. Inoltre varia a seconda dei giorni della settimana, in particolare c’è una notevole differenza tra i giorni lavorativi e quelli non lavorativi. 

Come si può ovviare a questo problema, pur nella necessità di comunicare quotidianamente i dati?
Questo confondimento può essere parzialmente ridotto utilizzando dati più stabili. Ecco ad esempio (si veda il grafico riportato qui sotto) i dati corretti di alcune regioni in cui viene calcolata la percentuale di positività dei tamponi fatti su persone testate una prima volta su base settimanale.

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Quali altri numeri ci possono far capire come stanno andando davvero le cose?

Come ho detto prima, i dati che vengono diffusi alla stampa ogni giorno dal ministero sono quelli aggregati raccolti dalla Protezione civile. Ma c’è un altro tipo di dati, ossia quelli che ogni Regione trasmette al ministero della Salute e all’Istituto superiore di sanità. Si tratta di dati operativi, individuali e articolati, raccolti da operatori specializzati sul territorio, che consentono l’elaborazione dei report estesi settimanali e bisettimanali da parte dell’ISS e che devono tener conto di una ventina di parametri: solo questa complessità consente di delineare un quadro prospettico dinamico e una visione d’insieme, delineando l’evoluzione della curva pandemica. C’è però da dire che i report oggi pubblicati dall’ISS, purtroppo, non forniscono interamente il quadro dettagliato dei diversi parametri considerati. È accaduto nei mesi scorsi che un giornale specializzato pubblicasse dei dati più dettagliati, ma è stato solo un fatto episodico.

Torniamo ai dati giornalieri che lei definisce ad alta variabilità: quali altri limiti hanno?

C’è ad esempio da considerare l’aspetto cronologico. Il dato sui positivi viene reso pubblico quando viene notificato l’esito, ossia una volta che il tampone è stato processato, e questo avviene in genere due tre settimane dopo che è avvenuto il contagio. Quindi il dato diffuso oggi si riferisce alla situazione pandemica di 14/21 giorni fa, tutti dovrebbero esserne consapevoli ma non è così. Anche il numero di ricoveri è riferito a un dato (ad esempio l’insieme dei casi positivi di una settimana fa…) che è disomogeneo rispetto alle cifre notificate oggi: immagino che quei pazienti siano stati ricoverati in seguito a un aggravamento delle condizioni, verosimilmente dopo che hanno fatto un test e sono risultati positivi, ma questo non è certo visto le attuali difficoltà di testing. Insomma, sarebbe indispensabile poter ripercorrere questo tipo di informazioni individuali da un punto di vista temporale.  

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Il grafico dell’ISS (qui a lato) riporta la cronologia del processo di notifica dei tamponi e rende l'idea della complessità di delineare un quadro d'insieme.  
Per questo sarebbe necessario fornire una visione dinamica e articolata. Il dato diffuso ogni giorno da Protezione civile-Ministero della Salute non è più sufficiente e andrebbe correlato a dati più lontani nel tempo, ma questo però non viene comunicato ai cittadini. Un esempio? Oggi risultano "100 casi" perché oggi sono stati notificati "100 tamponi positivi". Quanti giorni fa sono stati effettuati questi test? Due, tre o più giorni? Nel giorno in cui sono stati effettuati, quante persone sono state testate? Ecco ad esempio un numero che dovremmo considerare.

In pratica, ogni dato deve essere contestualizzato.

Esatto. Sarebbe necessario aggiungere un denominatore a ogni cifra che viene diffusa, per spiegare il contesto a cui si riferisce quel dato. Parliamo di contagi, tamponi, rapporto tra primi tamponi e casi rilevati, ricoveri, decessi: ogni numero deve essere contestualizzato in una precisa cornice, è inutile dire che oggi abbiamo avuto 300 ricoverati in più in Lombardia se non diciamo anche quanti sono i posti totali disponibili negli ospedali. Un conto è sapere che i posti occupati in terapia intensiva sono 30 su 100 e un conto è sapere che sono 30 su 1000.

Quali altri elementi sarebbe necessario fornire? 

Bisogna comunicare agli italiani i dati in modo che risultino correlati tra loro, così da consentire una lettura storico-cronologica della pandemia. Ad esempio: tra i soggetti positivi della settimana scorsa quanti sono guariti e quanti sono stati ricoverati? I deceduti di oggi, quanto tempo fa si erano ammalati? In questa comunicazione giornaliera dei dati è successo, ad esempio, che un numero cospicuo di decessi sia stato notificato il giorno successivo, seminando il panico nella popolazione. Ma può anche succedere che alcuni uffici comunichino in ritardo i dati, che i casi registrati dopo le 17 vengano resi pubblici il giorno successivo, o ancora che i risultati dei tamponi fatti nello stesso giorno arrivino in tempi diversi. Insomma, sarebbe necessario seguire la popolazione nel tempo e invece oggi ci viene comunicata un’altalena di dati, purtroppo in crescita, ma senza una lettura complessiva della pandemia. L’unica possibilità è seguire i report settimanali del ministero e dell’ISS, che però, come ho già detto, non rendono conto nei dettagli dei parametri considerati dagli esperti. Ritengo che debba essere fatto uno sforzo maggiore nella comunicazione, e debbano essere introdotti criteri uniformi di raccolta ed elaborazione dei dati. I cittadini hanno diritto di poter accedere a informazioni epidemiologiche di qualità, soprattutto in un momento cruciale come questo. 

Ma per seguire la popolazione nel tempo è necessaria un’efficace azione di tracciamento, oltre che di testing.

L’epidemiologia è una scienza complessa, e ci sono molte variabili da considerare, ma è chiaro che una buona attività di prevenzione consentirebbe anche una maggiore ricchezza di informazioni. Il problema è che i dipartimenti di prevenzione sono stati dimezzati negli ultimi anni, in tutta Italia, e in Lombardia in modo particolare con l’entrata in vigore della legge 23/2015, legge sperimentale che attende di essere sottoposta a verifica dal ministero. Di sicuro, oggi bisogna potenziare le attività di testing e di tracciamento. Mi chiedo come sia possibile che la Lombardia, con i numeri odierni di contagiati, continui a fare la metà dei tamponi del Veneto.

E il contact tracing?
Oggi il tracciamento non è possibile in una parte dei casi positivi, lo ammette la ATS di Milano, lo ammette il ministero. Il motivo? Mancano gli operatori della prevenzione: quelli che dovrebbero telefonare a casa dei soggetti positivi per chiedere con chi sono entrati in contatto, e quelli che effettuano i test. Eppure, sappiamo tutti che per contenere la pandemia l'unica strada è riuscire a individuare i focolai, metterli sotto controllo e spegnerli.
L’obiettivo dato dal ministero ad aprile era di monitorare con il contact tracing il 95 % dei casi positivi, questa estate la Lombardia era al 79%, la Liguria al 64% mentre tutte le altre regioni dichiaravano il 100%. Oggi le percentuali sono calate in tutta Italia.

Come mai in questi mesi la Lombardia non si è preparata?
Lo chiedo agli amministratori lombardi. Oggi il Veneto può contare sul quadruplo degli operatori per il contact tracing, rispetto alla Lombardia. Nella regione più popolosa d’Italia, con 10 milioni di abitanti, servirebbero almeno altri 3000 operatori per la prevenzione: perché la Lombardia non si è preparata in questi mesi?  Perché non riescono a potenziare i dipartimenti di Prevenzione? Pensi che a Milano, per 3,5 milioni di abitanti, esiste un solo dipartimento e che la Regione, per fare i test, utilizza i laboratori privati anziché quelli di sanità pubblica oggi completamente sguarniti. Mi risulta che in Lombardia ci siano almeno 3-4 laboratori pubblici non utilizzati, a Milano, Bergamo, Brescia e Varese. E che molti cittadini, non trovando una risposta nella sanità pubblica, debbano rivolgersi alle strutture private per fare il tampone molecolare, ovviamente, a pagamento, salvo fare interminabili code negli ospedali lombardi. Tralascio di esprimere una valutazione del rischio che comporta la presenza di decine e decine di persone sospette positive al virus in coda negli ospedali, con tutto ciò che ne deriva.

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