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Ripartire in sicurezza? "È possibile solo se si scatta una fotografia del presente attraverso i test diagnostici". Ne è convinta Alberta Ferrari, chirurga senologa e autrice del blog sull’Espresso, Ferite vincenti dedicato alla salute della donna.
E proprio dal suo blog, lo scorso aprile, Ferrari si è fatta “portavoce di un appello ai decisori politici” da parte di un gruppo di 100mila medici italiani durante la fase più critica dell’emergenza Coronavirus.

Tra le richieste dei camici bianchi la necessità di dotare di dispositivi di protezione il personale sanitario e la creazione di Covid-Hospital, l’idea di una App per il tracciamento, la necessità di rafforzare la medicina territoriale, e l’avvio di un’indagine di sieroprevalenza.

Alcune istanze sono state raccolte dal ministro della Salute, Roberto Speranza che ha inserito questi temi nelle strategie del Governo contro la pandemia. “La lettera ha già ha innescato alcune risposte da parte dei politici – commenta Ferrari –: molti hanno detto che terranno conto delle proposte, a cominciare dallo screening sugli operatori sanitari”. “Più in generale ritengo che effettuare i test sia fondamentale, soprattutto ora che con la ripartenza potrebbero verificarsi nuovi focolai infettivi: il sistema dovrà essere pronto a spegnere i nuovi incendi. Ma test sierologici, tamponi e app dovrebbero essere utilizzati con una strategia concordata a livello nazionale, non ogni regione a modo proprio”.

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Oggi, dunque, è necessario sapere “chi risulta positivo al tampone anche senza avere alcun sintomo e chi invece è negativo al test: alcune persone non hanno mai avuto a che fare con Sars-CoV-2, mentre altre l’hanno già incontrato sviluppando gli anticorpi”. Tra l’altro, “uno studio recente su Nature conferma che le persone guarite dal Covid-19 non si infetteranno per diversi mesi”.
Inoltre, il plasma dei guariti viene utilizzato per curare i malati, e i risultati sono positivi. "Ormai sono state fatte dichiarazioni ufficiali sul vantaggio dell’utilizzo del plasma iperummune - spiega la chirurga senologa -, anche se attendiamo la pubblicazione dei dati per sapere esattamente il ruolo di questa terapia".

Le informazioni scientifiche sono in costante evoluzione, ma una cosa sembra comunque certa: nella battaglia contro il nuovo virus, unire le conoscenze e mettere a confronto le diverse esperienze fatte sul campo, può fare la differenza.

Lo dimostra il caso del gruppo Facebook “Coronavirus, Sars-CoV-2 e Covid-19". Una vera e propria comunità medico-scientifica virtuale, un’agorà fondata sul popolare social da Camillo Il Grande, specialista in Chirurgia dell’apparato digerente ed endoscopia al Policlinico universitario di Catania. Obiettivo dell’iniziativa: condividere informazioni di carattere scientifico sulle peculiarità del virus Sars-CoV-2, sulla diagnosi di Covid-19 e sui possibili trattamenti. La community è strettamente riservata. A questo "gruppo chiuso" possono accedere soltanto i camici bianchi, solo per invito e dopo un controllo sull’Albo dei medici e degli odontoiatri.

“Sono stata invitata a entrare intorno alla metà di marzo – racconta Alberta Ferrari - e mi sono subito resa conto di trovarmi in un luogo straordinario da tanti punti di vista. Una comunità virtuale e molto ampia frequentata da professionisti particolarmente esperti nei loro rispettivi campi, virologi e ricercatori, anestesisti, medici e professori di età e livello di specializzazione diverse che operano sul territorio nazionale. È stata ed è tuttora un’esperienza del tutto nuova ed entusiasmante che ci ha permesso lo scambio di esperienze e competenze”. Mi ha colpita in particolare “il clima di solidarietà e sostegno reciproco”: tra gli specialisti si è instaurato subito un confronto a tutto campo, da quello medico-clinico a quello psicologico e umano”. Quel tipo di “colleganza”, è stata “vitale anche per migliaia di medici curanti e ha permesso loro di gestire al meglio un fenomeno nuovo e impegnativo come Covid-19, anche in caso di malattia propria. Alcuni medici si sono infettati, e hanno condiviso col gruppo la malattia. Ricordo il clima di festa per le guarigioni, ma anche il cordoglio e l’affetto per i colleghi che non ci sono più”.

Fondamentale anche il confronto sul fronte delle terapie farmacologiche. “Posso dire che non ci si è mai sentiti soli grazie allo scambio di saperi – osserva Ferrari -. Tra noi è emerso anche il primo “protocollino” di terapia a base di antivirali, idrossiclorochina e azitromicina. Insieme abbiamo capito che è importante trattare precocemente il Covid-19: così si può fermare il decorso dell'infezione verso la malattia conclamata e quindi arginare, fino a sconfiggere l'epidemia. Dal confronto è emersa anche l’importanza di utilizzare l’eparina su polmonite e vasculiti: insieme abbiamo compreso che l’eparina va somministrata fin da subito perché disinnesca l’aggregazione piastrinica legata alla cascata infiammatoria e alla tempesta citochinica”. L’esperienza su Facebook è stata il caso di “un utilizzo virtuoso dei social network”, rileva la chirurga. Nel giro di poche settimane, il gruppo che all’inizio contava circa 3mila medici è cresciuto fino a raccogliere le adesioni di oltre 100mila medici: quelle voci sono poi confluite nell’appello rivolto ai decisori politici. Ma non è finita, ovviamente. Oggi il gruppo che intanto è cresciuto fino agli attuali 100.113 iscritti, prosegue “con la nascita di alcuni sottogruppi: uno ha finalità psicologiche ed è rivolto sia alla gestione dei pazienti che degli operatori sanitari”.

Ora si aprono tanti fronti, sottolinea Alberta Ferrari: negli ultimi tre mesi, a causa dell’emergenza Covid molte persone che soffrono di malattie croniche, rare, problemi oncologici, hanno dovuto rallentare le cure, altre hanno rinunciato a un intervento chirurgico, altre ancora hanno nuove fragilità. Ora bisogna recuperare il tempo perduto, ed è necessario farlo in sicurezza”.

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