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Dopo i femminicidi di Pamela Genini e Luciana Ronchi avvenuti a Milano il mese scorso, la società civile ha reagito con forza: manifestazioni, fiaccolate, prese di coscienza e appelli nei luoghi storici della cultura milanese. Ma le cifre sono inquietanti, quasi 70 donne uccise in Italia da gennaio a ottobre, con dati in crescita: gli ammonimenti del Questore hanno superato quota 7.571,  in aumento

 del 70,6% rispetto allo stesso periodo del 2024. 

Tante le riflessioni in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si tiene il 25 novembre, e una domanda prevale su tutte: come intervenire per proteggere l’incolumità delle donne?

Ne abbiamo parlato con due operatrici della Cooperativa sociale Cerchi D’Acqua di via Verona 9 a Milano: Nora Raffaele Addamo, responsabile dell’accoglienza, e Silvana Milelli, storica consulente della linea di accoglienza. Questo Centro, così come la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate onlus di Via Piacenza 14, sempre a Milano, fa parte del circuito “D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza”, e della Rete Antiviolenza del Comune di Milano che conta 9 centri antiviolenza e 9 case rifugio. L'intervista è pubblicata anche sul mensile Il Sud Milano.  

Come avviene il primo contatto con la vostra realtà?

“Innanzitutto, il nostro Centro antiviolenza funziona in anonimato – spiega Nora Raffaele Addamo -: si accede tramite un centralino telefonico a cui rispondono sempre operatrici di accoglienza che hanno una formazione specifica sul tema della violenza di genere. Le donne che si rivolgono al Centro forniscono un nome di fantasia, oltre a dati come la provenienza, la residenza, il tipo di lavoro. La priorità, fin dal primo contatto, è quella di capire se una donna si trova in una situazione di pericolo; una valutazione del rischio completa viene fatta in seguito, in un incontro strutturato”.

Chi sono le donne che si rivolgono a voi?

“Cerchi D’Acqua, nata nel 2000, ha accolto finora 14.472 donne in situazioni di violenza, e di queste 487 nel 2024 - spiega la responsabile dell’accoglienza -. Ci chiamano anche persone vicine alla donna maltrattata, chiedendoci come possono aiutare: noi le sosteniamo e creiamo percorsi di accoglienza anche per loro, finora siamo a quota 1900. Quanto ai dati finora raccolti, tendono a scardinare gli stereotipi tradizionali che relegano i casi di violenza a determinate fette della società. Infatti, l’84% degli uomini maltrattanti risultano essere di nazionalità italiana, il 72% sono occupati e di questi il 66% hanno una professionalità medio alta. La stessa cosa vale per le donne che subiscono violenza: sono per l’83% italiane, il 60% ha un’occupazione e di queste il 71% ha una professionalità medio alta”.

È possibile fare una casistica delle violenze?  

“La maggior parte delle donne hanno vissuto situazioni di violenza psicologica – afferma Nora Raffaele Addamo -. Si tratta di una forma di violenza devastante e subdola che induce confusione in chi la subisce: all’inizio si manifesta con comportamenti di controllo e manipolazione, ma può sfociare in esplosioni di violenza verbale e minacce, anch’esse pericolose, soprattutto quando esplicitano un’azione (ad esempio ‘ti ammazzo’). La  nostra valutazione del rischio tiene conto delle statistiche, in base alle quali i casi più gravi iniziano con la violenza psicologica. Abbiamo accolto anche molte situazioni di violenza fisica, economica, sessuale (anche  all’interno della coppia) e di abuso infantile. Negli ultimi anni sono aumentati i casi di violenza digitale e di stalking.

Come avviene il primo colloquio?

“Attraverso le nostre domande, cerchiamo di comprendere la situazione della donna che ci ha chiamato - racconta Silvana Milelli -. Ci mettiamo in ascolto: alcune sono timorose e pensano che la violenza subita non sia degna di nota. Ricordo che una donna mi disse: ‘forse sto esagerando, lui non mi picchia molto…’.  In questi casi esortiamo le donne a non sottovalutare segnali apparentemente banali perché possono preludere a qualcosa di molto più complesso. Molte vivono sentimenti contraddittori e hanno mille dubbi, non riescono ad accettare la realtà. Qualcuna dice di telefonare ‘per un’amica’… Il nostro compito è risvegliare in loro la consapevolezza di ciò che stanno vivendo, anche se quella violenza stride così tanto con il sentimento d’amore”. 

Le due donne uccise a Milano non avevano denunciato il partner violento. Eppure la denuncia è un passo fondamentale. 

“La denuncia è importante, ma deve avvenire quando la donna viene messa in condizioni di sicurezza, altrimenti si rischia di esporla a ulteriori rischi – sottolinea Silvana Milelli -.
Inoltre, l’azione della denuncia deve essere accompagnata da un percorso di fuoriuscita dalla violenza che può richiedere diversi passaggi, come ad esempio la protezione in una casa rifugio. Ogni progetto di accoglienza dev’essere valutato su misura, sulla base di un’analisi pratica ma anche delle aspettative della donna”.

“A questo proposito -  spiega Nora Raffaele Addamo - ogni Centro e Casa rifugio della Rete antiviolenza ha la sua specificità. Cerchi D’Acqua propone percorsi gratuiti di psicoterapia anche a lungo termine, sia individuali che si gruppo. Inoltre offre una consulenza legale gratuita grazie all’apporto di avvocate civiliste e penaliste, volontarie, finalizzata a informare le donne sui loro diritti. Tante hanno paura di ciò che potrebbe accadere, anche perché ricevono continue intimidazioni dal partner, come la classica minaccia, ‘se ti separi ti tolgo i figli’.

E infine, come si fa a trovare un centro antiviolenza a cui rivolgersi?

La prima cosa da fare, per le donne che subiscono maltrattamenti è chiamare il numero 1522: così è possibile ricevere tutte le informazioni sui centri più vicini.

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