“Difendete la vita, non siate sedotti dal mito della guerra e dal rumore delle armi”. Lo ha detto Papa Francesco al Giubileo dei militari il 9 febbraio scorso. Un monito pronunciato con un filo di voce, ma che risuona ancora con forza.
In uno scenario globale di tensioni e incertezza, uno dei pericoli maggiori è infatti il diffondersi crescente di una cultura di guerra.
Nel dibattito pubblico, avverto la presenza sempre più pervasiva di paradigmi che caratterizzano la logica bellica. Una narrazione del presente in cui prevalgono dicotomie semplificatrici, prima fra tutte la contrapposizione “amico / nemico”, fino a estremizzazioni che evocano la minaccia delle armi nucleari. Questo vuol dire farsi sedurre dal mito della guerra.
C’è il rischio di considerare come “normale” il ricorso alla guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali.
Del resto, le criticità della situazione internazionale sono un fardello pesante con cui convivere: come non sentire un senso di impotenza, tristezza, isolamento, paura.
In un clima sociale e politico che tende a normalizzare la violenza, scelgo di procedere nella direzione opposta: non voglio assuefarmi, non intendo criminalizzare alcun “nemico”, né quello affermato dalla logica binaria della guerra, né chi dissente da tale logica. Temo infatti che questo pensiero dicotomico possa mettere in crisi valori come la democrazia, il pluralismo e tutto ciò che tende a restituire la complessità delle dinamiche sociali e politiche. In altre parole, nel mio mondo non può esiste solo l’opzione tra il bianco o il nero: scelgo di vivere a colori, meglio se vivaci.
Pensiero dicotomico e personalità autoritaria
Nel mondo occidentale, i migranti sono sempre più criminalizzati in quanto “nemici”, con immagini violente di deportazioni di Stato; anche i poveri e gli emarginati del mondo, e persino la stessa solidarietà umana vengono considerati in maniera ostile.
Non è un caso che Donald Trump, nei primi minuti del suo insediamento alla Casa Bianca, abbia individuato nei migranti e nei transgender dei nemici da combattere, e che la predicatrice a capo del suo “ufficio della fede” abbia dichiarato guerra ai nemici di Dio, un Dio che alla fine “vincerà, vincerà, vincerà”. Anche la solidarietà è da combattere: una delle prime azioni del presidente americano è stata il taglio improvviso e assoluto dei fondi USAID per i programmi di aiuto umanitario e sviluppo all’estero.
Un importante saggio di Theodor Adorno e Else Frenkel - Brunswik sulla “Personalità autoritaria”, pubblicato nel 1950, evidenzia una connessione tra le radici della personalità autoritaria e il rifiuto delle minoranze (gli ebrei durante il nazismo, i neri nella società americana, oggi parleremmo degli immigrati). Il “nemico” o capro espiatorio, non viene individuato in base a caratteristiche generiche, ma secondo criteri precisi compatibili con i pregiudizi. L’agitatore politico, secondo Adorno e collaboratori, plasma infatti pregiudizi e le tendenze esistenti in dottrine esplicite e in azioni aperte.
Gli esponenti della Scuola di Francoforte hanno analizzato discorsi di agitatori come Joseph Goebbels, o Gerald K. Smith (che negli Stati uniti negli anni 40 promosse la “crociata nazionalista cristiana” e fondò l'”America First Party”). Tra le conclusioni, la rilevazione che il pensiero della persona autoritaria è dicotomico e rigido, seguendo schemi del tipo "O fate quello che dico o siete contro di me. Quello che dico e penso è l'unica verità, il resto sono falsità o sciocchezze".
Anche lo studioso di Psicologia Atkushi Oshio, dell’università di Tokyo, ha analizzato l’intima relazione tra autoritarismo e ‘pensare in bianco e nero’, giungendo alle conclusioni che il pensiero dicotomico è comune nelle persone narcisiste con bassa autostima con un comportamento autoritario. Persone che non tollerano l’ambiguità, hanno bisogno di avere tutto sotto controllo e tendono a svalutare chi pensa diversamente.
Secondo lo psichiatra statunitense Aaron Temkin Beck (1921-2021) il pensiero binario è una delle possibili distorsioni del pensiero che induce a valutazioni estreme (buono / cattivo, bianco / nero, tutto / niente, ecc..) Ragionare in bianco e nero porta a pensare che le cose possono essere solo giuste o sbagliate e si può essere solo a favore o contro.
Io sono la pace
Come disinnescare, dunque, semplificazioni dicotomiche del tipo “amico nemico” che portano all’autoritarismo e alla violenza?
La filosofia buddista afferma il principio di non dualità di individuo e ambiente. “Ogni persona ha dentro di sé le cause che possono contribuire all’eliminazione dello squallore e della brutalità della guerra – scrive Daisaku Ikeda -. Quando riflettiamo su tali fattori intrinseci alla nostra vita dovremmo ricordare il ben noto pensiero inscritto nel Preambolo della Costituzione dell’UNESCO: «Poiché le guerre hanno origine nelle menti degli esseri umani, è nelle menti degli esseri umani che le parole in difesa della pace devono essere costruite».
Secondo il Buddismo, sia la guerra con i suoi orrori, che la pace con la sua bellezza, risiedono dentro di me: spetta a me scegliere quale direzione del cuore intraprendere.
Scelgo di “essere la pace”, innanzitutto, quando adotto il dialogo come metodo per costruire relazioni con le altre persone. “Tutto ha inizio quando un solo essere umano parla con un altro; di solito si pensa al colloquio tra civiltà, ma il punto di partenza è il rapporto interpersonale. (…) Dobbiamo fare una breccia nel tipo di relazione amico contro nemico e discutere in modo aperto e onesto sul terreno comune dell’umanità”. A tutti noi – conclude Ikeda – oggi si richiede di prendere in considerazione le convinzioni della controparte e di essere pronti a imparare da questa”. (Ikeda-Tehranian, 2004, pp. 14-15)
Inoltre, affermo la pace quando mi sforzo di percepire l’umanità nelle altre persone. Nella proposta di pace 2009, Sensei riporta il pensiero del filosofo francese Gabriel Marcel (1889-1973), secondo cui “si può fare la guerra solo se prima si nega il carattere umano dell'avversario e lo si riduce a un concetto astratto, come “il fascista”, “il comunista”, “il sionista”, “il fondamentalista islamico” (...) Senza questo tipo di riduzione sarebbe impossibile giustificare o trovare un senso nella partecipazione alla guerra. (…) In altre parole, affermare il valore dell’umanesimo buddista è il più profondo antidoto contro la guerra e la disumanizzazione che essa comporta.
Sono la pace quando scelgo il disarmo interiore, rifiutando di pensare in termini di “ragione-torto”, “io contro di te”, ma adottando uno schema di pensiero critico e flessibile. Abbiamo visto che in una società sempre più complessa, il pensiero binario può anche essere rassicurante, ma rischia di renderci aggressivi. E i social sono il principale veicolo di questo tipo di pensiero semplificato: mi piace / non mi piace; amico / nemico.
Pace significa unire. “Credo fermamente, e quest'esperienza me l'ha confermato, che la base del dialogo di cui abbiamo bisogno nel ventunesimo secolo debba essere l'umanesimo, un umanesimo che vede il bene in tutto ciò che ci avvicina e ci unisce e il male in ciò che ci divide e ci separa gli uni dagli altri.
Scelgo la pace quando rifiuto di essere dogmatica. “Ripensando ai miei sforzi per alimentare questo tipo di dialogo, ho acquisito un rinnovato senso di quanto sia urgente il bisogno di reindirizzare le energie del dogmatismo e del fanatismo - causa di così tanti conflitti mortali - verso una prospettiva più umanistica (…) La vera essenza e pratica dell'umanesimo risiede in un dialogo personale cuore a cuore”.
Voglio creare la speranza nella pace. Ogni volta che mi sento impotente di fronte alla guerra, rileggo questo pensiero di Ikeda, che rivela la sua profonda convinzione nella potenzialità infinita del cambiamento. “Io non credo nell’impotenza delle persone. La filosofia che ho abbracciato parla della dimensione fondamentale, inerente alla vita stessa, per cui ogni vita umana attinge all’illimitata forza vitale del cosmo. Pertanto, la stessa forza che muove l’universo esiste nella nostra vita. Ciascun individuo ha un immenso potenziale e un grande cambiamento nella dimensione interiore di un solo individuo ha il potere di toccare la vita degli altri e di trasformare la società. Ogni cosa parte da noi”. (Daisaku Ikeda, La speranza è una scelta).
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